cielo a salire

LEI, LUI. UNA STORIA È DIRE TANTO

Pubblico qui un racconto scritto quest’estate.
Se vi riconoscete, è perché ho parlato di voi.

LEI, LUI.
UNA STORIA È DIRE TANTO

LEI

Era una notte inequivocabilmente bella.
La luna soprattutto. Ma anche l’aria, l’erba, lui.

Le si era seduto vicino quando meno se lo aspettava, l’ultima sera prima della partenza. Aveva scoperto di andarsene un giorno prima di lui, le spiaceva, ma doveva riassestare la casa e soprattutto le idee.
Sebbene transitasse tanta gente in quel posto, l’apparizione di un individuo interessante era un fatto speciale. Le sembrava che le persone dei concerti si assomigliassero un po’ tutte e i concerti non le piacevano. La massa la rendeva apatica. Quei corpi esaltati o depressi la spingevano all’immobilità.
Se le capitava di intraprendere una conversazione con qualcuno, si annoiava dopo pochi minuti, non appena riconosceva atteggiamenti intellettualoidi o bigotti, menti annientate da sostanze chimiche o esaltate dall’alcool. Peggio ancora, detestava il desiderio inespresso di tutto ciò.
Le piaceva chi aveva i sensi vivi ed era attento alle cose ordinarie: il rumore di una folata di vento sul tendone, un cane che sbatte contro le persone inseguendo una cavalletta, il riverbero di un riflesso di birra sul tavolo accanto al bar.
Le piaceva quella speciale sensazione tattile e visiva che scaturisce dall’ascolto musicale in uno spazio chiuso, preferibilmente vuoto. Vedeva le vibrazioni sonore accarezzare e rimbalzare sulle pareti, se c’erano oggetti, percepiva la differenza con cui rimandavano e assorbivano il suono. Sentiva il suo corpo ricevere le onde, il loro affondo nelle viscere e il circuito elettrico che innescano nel cervello.
– Ti piace questa musica?
– Sì.
– Ti piace di più la musica con o senza parole? Mentre formulava questa domanda lasciando scoperto il suo lato infantile, sapeva di essere inquinata da aspettative e presagiva l’insoddisfazione della risposta.
– Preferisco con le parole.
Con nonchalance, scansò l’incrinatura.

Fu lui ad approssimarsi di più – per sentirti meglio, le disse.
Tra i loro corpi non restò che qualche briciola di distanza, un abisso vertiginoso per lei.
Non sapeva se lui condividesse l’intensità di quella vicinanza, ma era certa dell’attenzione reciproca: densa e pungente, carica di luce.
– Che sta facendo la luna? Gli chiese omettendo volontariamente il “ci”.
– Luna piena stasera. Non ci lascerà dormire.
Il pronome riflessivo la fece trasalire.
– Già, disse senza spingersi oltre.

Non c’erano parole nei brani del concerto quella sera, la prima volta in tutta l’estate.
Se fu per questa o per qualche altra ragione, lei non lo seppe mai, ma nodi contratti nel suo corpo cominciarono a sciogliersi. Il suono si diffuse in lei come tra le mura della sua stanza, sola a casa, e un senso di meraviglia si stemperò nel corpo.
Seduta con lui al suo fianco, le tornò in mente il documentario degli Eames sul mistero imponderabile e lampante tra micro-macro. Ricordò minuziosamente la poesia con cui descrivono la proporzionalità tra dettagli minuscoli della natura e l’incommensurabilità delle galassie. Il loro amarsi e creare insieme era esattamente la relazione che sognava per lei. Una storia d’amore potente, capace di reggere il fuoco creativo e la progettazione condivisa del quotidiano.

Chiuse gli occhi e percepì ogni filo d’erba sotto il suo corpo commovendosi per l’immotivata gentilezza di quel sostegno.
Nei giorni precedenti aveva cominciato un dialogo con lui. Una passeggiata, una chiacchierata con altre persone e qualche momento di intimità in azioni di ordinaria amministrazione. Aveva sentito la propria intuizione scalpitare e cercare uno sfogo. Sapeva di potergli dire cose che l’avrebbero toccato nel vero.
– Sai dove puoi migliorare? Gli chiese guardando verso il nero del cielo.
– Uhm…
A quella domanda i suoi occhi cambiarono forma e luce – essere meno critico, più sereno nell’accettare le differenze, le rispose. Lei capì che si trattava di un’inflessione di dolore, una faglia irrivelata nei suoi sorrisi gentili. Pensò che lui fosse capace di accostare i problemi e lasciare spazio alla bellezza delle cose contingenti. Questo le piaceva. Evitò di seguire l’ipotesi che fosse poco sincero, separato da se stesso. Preferì immergersi nello spazio vuoto del dialogo, l’interstizio tra il detto e il non detto.

Si voltarono qualche volta contemporaneamente, i loro occhi coincidenti.
Quando lui distolse per primo lo sguardo, lei continuò a sorvolare sul suo viso, rimanendogli sopra leggera. Mentre lui parlava rivolto alla luna, lei s’immaginò di planare sulla sua bocca, bellissima, il dettaglio che l’aveva colpita al primo incontro. E sulla bocca rimase a lungo, sostando sulle screpolature delle labbra larghe, i denti bianchi, regolari appena separati, il taglio che unisce il labbro superiore a quello inferiore.

Poi ci fu un salto. Tutto accadde nel giro di pochi minuti.
Il concerto virò verso toni più morbidi; la luna sempre più bianca si lasciò accarezzare da nuvole sfilacciate. Si fece più allusiva.
Sotto la spinta prorompente delle emozioni, la mente di lei cominciò ad annebbiarsi. Lui parlava con gesti ponderati, quasi femminili; la incantavano. Sentiva il desiderio spingersi dal ventre alla testa e dalla testa sempre più basso, dentro le viscere.
Per contenere i sensi, lei si voltò sul lato opposto. In posizione raccolta, fetale, sentì le mani di lui sulla sua schiena. Ferme, calde, completamente scariche d’intenzione.
Quando sentì che si staccavano, un vuoto vicino al niente si diffuse in lei.

Eppure la forza del desiderio la mosse ancora.
S’inventò un gesto rapido e deciso, passandogli un braccio sotto le gambe piegate mentre adagiava la testa sul suo ventre di uomo. Così sistemati, i loro corpi erano due segmenti perpendicolari sotto la rotondità della luna.
Il contatto della pelle sulla pelle e il movimento leggero del suo respiro, la quietarono.
Chiuse gli occhi e incontrò la luna dentro.

Dopo attimi indefiniti, qualcosa di prossimo al dolore squarciò quel tempo di sospensione.
Lei seppe di doversene andare.
Gli strinse la carne del polpaccio. Gli fece male.
Con uno scatto vivo lei si voltò. Tutto il suo corpo scese verso la gamba abbracciata. Le sue labbra la baciarono con vigore.
Non poteva guardarlo più.
Staccò la bocca da quel bacio, stette qualche istante seduta.
Alzandosi gli disse buonanotte.
– Buonanotte, a domani.

Mentre camminava verso il porticato, il mondo le ruotava attorno. Percepiva la luna seguirla sui suoi passi.
Entrò nella stanza, fissò il soffitto per un tempo indefinibile, poi si addormentò.

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LUI

– Dormito bene? Le chiese.
– Uhm…
– Colpa della luna…
– Sì, diciamo così, colpa della luna…

Non era sicuro del perché avesse deciso di recarsi lì. Quando cominciò a salutare le facce nuove, i loro sguardi non gli provocarono alcuna sensazione particolare. Quei concerti non lo convincevano un granché. La musica non era male, ma non era più abituato a quei corpi affannati in movimento, all’alcool e al fumo.
– A parte ieri sera, si disse.

Mentre le rivolgeva la domanda, la guardò di sfuggita. Oggi era vestita di verde e di viola. Si rese conto che quella donna aveva un istinto naturale nell’accostare i colori con eleganza. Lo notava in quel momento per la prima volta, benché le fosse stato accanto da parecchi giorni.
Anche lui non aveva riposato in un sonno pieno, ma quando beveva o fumava oltre il normale gli succedeva così. Tra qualche giorno sarebbe partito, ritornato a casa, e i bambini piccoli lo avrebbero tenuto sveglio ancora. – Dovrei riposare di più, pensò.
Si diresse al tavolo della colazione e sedette a sorseggiare la bevanda calda. Da lì a poco qualcuno gli avrebbe rivolto la parola, ne era sicuro, ma non diede peso a quella riflessione e lasciò che lo sguardo si perdesse lontano. Quando il fonico cominciò a parlargli, lui si voltò sorridendo, rassegnato all’evidenza. Si sforzò di concentrarsi sulle sue parole, convincendosi definitivamente di non aver voglia di ascoltare le magagne altrui. Il lavoro da psicologo non faceva per lui.

L’aveva capito con chiarezza recentemente. Le difficoltà importanti degli ultimi tempi l’avevano fatto vacillare sotto ogni fronte. Si era sentito sull’orlo del baratro tante volte, fino a perdere interesse in ciò che di più amava: i figli, le passeggiate nei boschi, strimpellare il suo strumento. Se ne vergognava amaramente e a tratti non si riconosceva più. Gli pareva di tornare ai vent’anni, a quell’inquietudine senza nome che l’aveva spinto a viaggiare in giro per il mondo instancabilmente. Credeva di averla lasciata alle spalle quando si era ritrovato pienamente coinvolto nella costruzione di una famiglia, una casa, il lavoro, i figli. Evidentemente non era così.
Mentre pensava queste cose e il fonico continuava a parlargli, il volto gioioso di quest’ultimi lo rasserenò, facendogli brillare gli occhi. Non durò molto: la luce si spense non appena l’immagine preoccupata della madre, il suo volto contratto, scalzò la prima.
Preferì resettare tutto con decisione e proseguire la discussione sul concerto della sera precedente.
– Per me era troppo costruita quella musica.
– Cosa intendi precisamente?
Il fonico si lanciò nel tentativo di sostenere che il caos prodotto dall’improvvisazione fosse il modo più semplice per immergersi nell’entropia – meno informazione passa, gli disse infervorato, meno c’è ordine, più si produce calore! Ieri non c’è stato un minimo cazzo di calore in quel concerto!
Si domandò se tutti i fonici fossero così; guardandolo in faccia, gentilmente si scusò – vado a fare il bis della colazione, gli disse.

In realtà, qualcosa l’aveva obbligato ad alzarsi. Come in forma di ricordo, dal fondo della mente gli apparve il motivo del suo essere lì: cercava sincerità, in tutte le sue forme, benché non sapesse bene come e da che parte iniziare.
Poi capì come gli era sorto questo pensiero. Era stata lei a dirglielo, lei a inculcargli quella certezza che piano piano veniva a galla.

Mentre si riempiva con inconsueta generosità la ciotola al buffet, passò in rassegna gli eventi della notte. Ricordava la luna, la birra condivisa con quell’amico che aveva invitato per compassione pur sapendo quanto fosse innamorato di lui, e quella mano sul polpaccio.
– Era una notte inequivocabilmente bella, disse.
Tornò al porticato, ma c’era troppa gente e decise di salire nella sua stanza.  Abbandonò il cibo per terra e si stese sul letto.
Qualcosa lo intrigava. Voleva la sincerità? Era il momento di provarci.
I suoi occhi vedevano e non vedevano il soffitto, era come se gli rimandassero i suoni della notte, le parole ascoltate. Capì di non aver colto a pieno la portata dell’accaduto. C’era qualcosa in lei che lo attirava e allontanava al tempo stesso e questa polarità lo infastidiva, lo disequilibrava.
– Non credo tu debba frenare il tuo lato critico, gli aveva detto – credo piuttosto che questo sia il momento in cui tu debba esercitarlo pienamente. Nutrirlo, dargli forza per rafforzarti e lasciati respirare in tutta sincerità, questo mi sembra più giusto per te.
– Non puoi dire queste cose a uno psicologo, aveva ribattuto lui, altrimenti si sente una merda al confronto della tua intuizione!
Lei rise di gusto e abbassò lo sguardo, per pudore.
– Sincerità, pensò ancora, era dunque stata lei a pronunciare quella parola. Oggi gli pareva risolutiva.

Poi era successa quella cosa.
Non sapeva come spiegarsela.
Lei si era voltata di scatto a lato, e a lui era venuta voglia di giocare con la sua schiena, un po’ come faceva con i suoi figli. Ma dopo poco si era accorto che non sarebbe stata la stessa cosa, lei era una donna, le dinamiche erano altre. Ben presto non seppe più che farsene di quelle mani sulla quella schiena, come muoverle o come toglierle. Allora rimase fermo.

Nei giorni precedenti, quando lei gli aveva proposto una passeggiata, lui aveva accettato semplicemente. Altre donne l’avevano già cercato e lui diceva di sì, tergiversando un po’ per non mostrare sfacciatamente la sua curiosità indiscriminata.
Mentre camminavano con il paesaggio campestre a lato, le aveva parlato della casa sull’isola.
– Ho vissuto per un po’ su una piccola isola, gli disse.
Lui lasciò scorrere il silenzio.
– E mi piacerebbe ritornarci a vivere.
– Mi piace tanto stare lì, proseguì lui, raccontandole di come aveva avuto in regalo quella casa preziosa.
Volarono entrambi lontano restando su quel lembo di terra attorniato dal mare. L’isola era un punto d’approdo che avrebbe potuto trattenerli fianco a fianco a lungo.
Il modo con cui lei interrompeva il discorso per far notare un dettaglio contingente – il rumore della ghiaia sotto i passi, un insetto sul corpo, la forma disegnata dalla strada – era del tutto particolare, la rendeva inafferrabile. Lo capiva adesso, disteso sul letto, gli occhi su un soffitto che rimandava le forme del suo pensare.

Quel gesto apparentemente banale, il togliere le mani dalla schiena, gli risucchiò ogni energia. Si sentì debole.
Guardò il cielo in alto, percepì lo stomaco chiudersi.
Con qualche secondo di ritardo, realizzò che la testa di lei affondava sul suo ventre. Sentì come una lancia la mano che gli strinse il polpaccio e qualcosa di morbido diffondere ovunque calore.
– Erano le sue labbra, si disse, poi se n’è andata in un attimo.
Rimase sprofondato in quel calore fino a quando, piano piano, il suo sesso cominciò a ingrossarsi.
Il suo cervello pensò due cose contemporaneamente: – Cazzo, come sono lento e – Cazzo, lascia stare tutta questa storia.
Si alzò dal letto, recuperò il bis della colazione e scese al porticato.

In quel momento lei si trovava in auto, partita da dieci minuti per tornare a casa.

Immagine in anteprima: E. Genesio, Vulcano blu e luna, 2007, tecniche miste su carta e fotografia d’epoca.

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