Danza cosmica o girotondo delle banalità?

Le interazioni tra le particelle danno origine alle strutture stabili che formano il mondo materiale, il quale a sua volta non rimane statico, ma oscilla in movimenti ritmici. L’intero universo è quindi impegnato in un movimento e in un’attività senza fine, in una incessante danza cosmica di energia”, scrive il fisico americano Fritjof Capra nel Tao della fisica negli anni Settanta.

“Nel ventesimo secolo, l’esplorazione del mondo subatomico ha rivelato la natura intrinsecamente dinamica della materia; ha mostrato che i costituenti dell’atomo, le particelle subatomiche, sono configurazioni dinamiche che non esistono in quanto entità isolate, ma in quanto parti integranti di una inestricabile rete di interazioni. […] Le interazioni tra le particelle danno origine alle strutture stabili che formano il mondo materiale, il quale a sua volta non rimane statico, ma oscilla in movimenti ritmici. L’intero universo è quindi impegnato in un movimento e in un’attività senza fine, in una incessante danza cosmica di energia”, scrive il fisico americano Fritjof Capra nel Tao della fisica negli anni Settanta. La scheda di Wikipedia è chiara nell’indicare il taglio interdisciplinare dei lavori di Capra così come quest’articolo di Alberto Strumia sul sito Scienza e Fede, ne riporta alcuni limiti, soprattutto in termini di assolutizzazione della portata della cultura orientale nei confronti di quella occidentale: “Nell’opera l’autore ritiene di recuperare la “parte migliore” della cultura occidentale, cioè la scienza recente, quella che, a suo avviso, sta muovendosi nella direzione giusta, cioè alla scoperta di alcune conoscenze fondamentali, quelle stesse che, come egli sostiene, i “mistici orientali” possiedono da tempo immemorabile. A questo proposito si deve però osservare come alcune di queste conoscenze fondamentali, citate da Capra, non si trovano certo solo nelle concezioni dell’estremo Oriente, ma sono presenti nella stessa filosofia greca […]. Dal punto di vista dello stile, la lettura risulta scorrevole e, gli accostamenti tra la visione scientifica e quella orientale, appaiono a prima vista plausibili, e talvolta probabilmente lo sono, ma essendo per lo più proposti in forma solamente qualitativa e allusiva, piuttosto che sistematica e dimostrativa, non sono esenti da un certo concordismo ingenuo, in quanto il libro non offre elementi rigorosi per verificarne la correttezza. E questo è facilitato dal carattere irrazionale (atematico e asistematico) che viene attribuito alla visione orientale, caratteristica che offre una sorta di via di fuga, per l’autore, di fronte agli aspetti più delicati di una adeguata metodologia epistemologica”.

Luc Besson nel film Lucy uscito a fine settembre 2014 in Italia, affronta il tema dell’energia come “danza cosmica universale”, che il nostro cervello, al suo 10% delle possibilità, ci presenta in forma di realtà illusoria. Lo fa attraverso un action movie con fuochi d’artificio e attori d’impatto, bravi e certamente ben amati da un vasto pubblico internazionale (qui il trailer ufficiale).

Rispetto a Capra, Besson si concede licenze poetiche ancora maggiori, allontanandosi dal filone di film come 2001 Odissea nello spazio o Matrix, per citarne soltanto due, in cui è la macchina il termine ultimo con cui l’uomo si deve confrontare per riabbracciare la sua umanità. Besson, tra mille incongruenze e molte facili e gratuite banalità, suggerisce che la sola macchina con cui l’uomo ha interesse ad interagire è il proprio cervello e che è il mistero della vita a rappresentare l’insondabile punto di partenza e d’arrivo di ogni indagine scientifico-filosofica-esperienziale: “Miliardi di anni fa ci è stata donata la vita. – afferma la voce fuori campo di Scarlett Johansson-Lucy nel finale del film – Ora sapete cosa farne” (si legga questa recensione, tra le numerose che stroncano il film).

In questa conferenza del novembre 2013 tenuta al Liceo Scientifico e Linguistico Principe Umberto di Savoia di Catania da Franco Battiato e Andrea Di Stefano (medico, fisico, musicista…), si discute di temi simili, dei legami tra mistica del passato, fisica quantistica, architettura e arte.

Anche in questo caso, alcuni passaggi che dovrebbero dimostrare la comunanza tra ragione ed intuito sortiscono esattamente il risultato opposto, rivelandosi all’uditore (almeno all’uditore che è in me!) come metafore poetiche. Alcuni svarioni poi, come per esempio la definizione di “arte oggettiva”, termine che esiste in campo storico-artistico e che indica tutt’altro da ciò che s’inventa Di Stefano, spingono chi non conosce la disciplina a credere in alcuni assunti che sono invece errori chiari e tondi (linguistici, storici e, nello specifico, estetici).

Sono sempre più convinta che la metafora sia utile (e bella) in campo letterario, poetico, ma deleteria al di fuori di esso. Che in altri campi e nell’approccio critico di qualunque disciplina, essa svii, scivoli con grande scioltezza verso facilonerie che portano il neofita ad appiattire e banalizzare la ricchezza del linguaggio proprio al corpo dell’oggetto di studio in questione. Esiste una poesia della matematica, ma non sono affatto certa che la si debba scovare attraverso gli strumenti poetici, ma bensì inoltrandosi nelle leggi della matematica.

Ora, questo metodo – forse definibile come riduzionistico – ha altrettanti rischi: la specializzazione porta ad una verticalità che chiude gli argini all’orizzonte largo delle associazioni ed evocazioni anche lontane. La specializzazione può essere compresa attraverso il processo della mise en abyme in letteratura: un metodo che scende sempre più a fondo mantenendo l’eco del punto primo come unico riferimento d’origine (letteralmente il termine indica una tecnica nella quale un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza all’infinito). Di certo, questo metodo può arrivare come ogni mezzo all’origine delle cose, a patto, però, che si segua un cammino non rizomatico, ma lineare o gerarchico.

La mia posizione sta tra i due mondi (credo per natura), avendo sempre lavorato professionalmente in campi interdisciplinari (la letteratura e l’arte visiva, la pratica e la teoria), ma con l’intento di stare salda nelle differenze dei linguaggi presi in considerazione separatamente e poi, solo in un secondo tempo, raffrontati. Perciò quando osservo, leggo o vedo esperimenti in cui l’interdisciplinarità è il campo d’indagine, mi si drizzano le antenne. Tanto più oggi, quando lo yoga è diventato per me “integrale”, ponendomi di fronte e dentro a questioni olistiche in partenza e offrendomi un universo in cui è l’esperienza il campo di verifica diretta e ultima di quel che imprecisamente si chiama teoria. E tanto più oggi, quando l’olismo è una moda dalle varie sfaccettature.

Dal piccolo di questa mia esperienza, pur sapendo che per molti è la prassi, mi piacerebbe suggerire a chi è interessato a interpretare e stare nel metodo olistico di prendere coscienza di ciò che questo approccio implica. Di fatto olismo, dal greco όλος, è “totalità”, basata sull’idea che “le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista “olistico”, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente della somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente”. Come dire che ogni singolo elemento preso singolarmente è qualcosa di diverso da quello che è in relazione al tutto, dal quale per altro, non ha senso separarlo (un nostro occhio – permettetemi l’immagine al limite del macabro –, se privo delle connessioni, non ha il valore-funzione di visione, perché “staccato” dal nostro organismo).
Chi pratica yoga sta nel campo della relazione prim’ancora di porsi il tema dell’identità dei singoli elementi che la compongono; non tanto per negarne l’“individualità”, ma piuttosto per rilevarne la dipendenza da un sistema in cui il tutto è qualcosa di diverso dalla somma delle singole parti. Tuttavia, se non si prendono in considerazione le singole parti, la percezione del tutto resta menomata. Per capirlo, provate a immaginare di assaggiare una pietanza prelibata e di goderla nella sua totalità di equilibri e dissimmetrie; in nulla s’incrina questo piacere estetico quando le papille gustative percepiscono i vari componenti singolarmente…anzi si esalta e si amplifica in una globalità ancora più piena! Perciò dico del rischio di perdersi in una superficialità che è altro da una crescita orizzontale olistica, e piuttosto un’inconsistenza senza presenza.

In realtà, non posso dire che il film di Besson non mi abbia intrattenuta. Le grossolanità dei registri, i “prestiti” da altri film (che impoveriscono la fonte invece di omaggiarla o denunciarla), la violenza-spettacolo e i cliché di vario tipo, non hanno prosciugato il “divertissement” della visione. Soprattutto grazie a quel finale, forse volontariamente aperto e vagamente canzonatorio, che non dice niente proprio affermando di sostenere qualcosa.

Comments are now closed for this article