E. Genesio, Filamenti di luce, fotografia

ARTE E TECNOLOGIA

Un commento un po’ impertinente all’evento Choral Forms organizzato da Diogene Bivacco Urbano alla Fondazione Merz, usando l’Estetica relazionale di Nicolas Bourriaud

Mentre cerco e non trovo una bella e sintetica affermazione di Nicolas Bourriaud sul fatto che l’arte non sia una definizione a priori, ma uno sguardo in fieri su ciò che è prodotto dagli artisti, ne trascrivo poco più in là un’altra, un po’ più macchinosa, ma ancora leggibile.
Succede, di questi tempi, che i termini installazione, performance, interattività si usino a sproposito in ambito di creazioni che non costituiscono, né fanno uso, di nessuna delle tecniche sopracitate. Non basta appendere quadri in modo “diverso” in uno spazio (tipo: poggiandone uno a terra) per fare un’installazione, né presentare una mostra in maniera “creativa” (tipo: lettura di testi, sottofondo musicale…) per trasformare un’inaugurazione in una performance. Nel suo testo Estetica relazionale (pubblicato in Francia nel 1998 e in Italia 2010), Bourriaud riflette (tra i primi) sulla direzione verso un fare che implica convivialità, costruzione di spazi concreti di scambio estetico, suggerendo i rischi che la tecnologia gioca agli artisti che usano i mezzi e le tecniche di oggi senza capirne le insidie e le potenzialità: “l’arte rende consapevoli dei modi di produzione e dei rapporti umani prodotti dalle tecniche utilizzate e […], spostandoli, li rende maggiormente visibili, permettendoci di esaminarli fin nelle loro conseguenze sulla vita quotidiana. La tecnologia non è interessante per l’artista, se non nella misura in cui questi ne mette in prospettiva gli effetti, invece di subirla in quanto strumento ideologico” (p. 67). Fino a concludere che “nessuna tecnica costituisce per l’arte un soggetto: collocando la tecnologia nel suo contesto produttivo, analizzando le sue relazioni con la sovrastruttura e l’insieme dei comportamenti obbligati che ne fonda l’utilizzo, diventa per contro possibile produrre modelli di relazione con il mondo che vanno nel senso della modernità. Altrimenti l’arte diventerà un elemento decorativo high tech in una società sempre più inquietante” (p.75).

Finale che mi porta un po’ lontano dal primo assunto (usare termini corretti per tecniche e tecnologie contemporanee), ma che mi consente di riflettere su operazioni in cui si celebra la necessità di un’esperienza condivisa e corale senza offrire al pubblico alcuna possibilità per accedere a tali processi e comprenderne le modalità. Ho vissuto un’esperienza simile un paio di giorni fa, durante l’evento “Choral Forms” di Audrey Cottin e Géraldine Gourbe organizzato da Diogene Bivacco Urbano alla Fondazione Merz. In nome della coralità si è detto di tutto, dando lustro a un gran numero di giochi di parole e cerebrali citazioni, lasciando che il pubblico si percepisse come un’entità ben separata dagli avvenimenti, libero però di constatare quanto fosse scomoda la sedia e funzionasse male il microfono.

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